
domenica 27 febbraio 2011
domenica 20 febbraio 2011
sabato 25 dicembre 2010
d.f.w.
“E’ difficile ottenere risposte convincenti alla domanda
E questo probabilmente per via che è quasi impossibile spingere una persona a riflettere con attenzione sui motivi per cui una cosa non gli interessa. È la noia in sé a vanificare la ricerca di risposte; l’esistenza della sensazione è più che sufficiente. Di sicuro però una delle ragioni è che la politica non è fica. O diciamo piuttosto che è la gente fica, interessante, viva, a non essere attratta dal processo politico. Ripensiamo a che tipi erano quelli che al liceo si candidavano alle cariche di rappresentanza degli studenti: un po’ sfigati, vestiti con troppa cura, ossequiosi verso l’autorità, ambiziosi ma in modo meschino. Ansiosi di partecipare al Gioco. Il tipo di ragazzi che gli altri ragazzi pesterebbero volentieri, se la cosa non sembrasse tanto inutile e noiosa”.
E questo probabilmente per via che è quasi impossibile spingere una persona a riflettere con attenzione sui motivi per cui una cosa non gli interessa. È la noia in sé a vanificare la ricerca di risposte; l’esistenza della sensazione è più che sufficiente. Di sicuro però una delle ragioni è che la politica non è fica. O diciamo piuttosto che è la gente fica, interessante, viva, a non essere attratta dal processo politico. Ripensiamo a che tipi erano quelli che al liceo si candidavano alle cariche di rappresentanza degli studenti: un po’ sfigati, vestiti con troppa cura, ossequiosi verso l’autorità, ambiziosi ma in modo meschino. Ansiosi di partecipare al Gioco. Il tipo di ragazzi che gli altri ragazzi pesterebbero volentieri, se la cosa non sembrasse tanto inutile e noiosa”.
Non è un politologo l’autore di questo ragionamento sulla disaffezione che la politica suscita nei giovani. È uno scrittore, un grande scrittore, David Foster Wallace: lo mette nero su bianco in un reportage sulla campagna elettorale di John McCain, sfidante di George W. Bush alle primarie repubblicane del duemila. Lo si legge in Considera l’aragosta (me l’ha consigliato il mio collega Stefano Iucci), una raccolta di strepitosi saggi e inchieste al centro dei quali campeggia quello che dà il titolo al libro, che partendo dalla Fiera annuale delle aragoste del Maine arriva ad arrovellarsi con grande serietà (e perché poi dovrebbe essere diversamente?) intorno alla questione se le aragoste percepiscano dolore quando, per essere cucinate, vengono immerse vive nell’acqua bollente ( l’articolo è commissionato dalla rivista Gourmet, circostanza che aggiunge, per così dire, sapore alla lettura). Nel reportage su McCain c’è una risposta a tutte le domande che ci poniamo oggi sulla politica: non solo perché i giovani ne diffidino, ma anche sulle cose da non fare se non si vuole soccombere nella contesa (ricorrere a Negatività contro l’avversario, per esempio). Da non perdere, infine, la distinzione, che rischia spesso di sfumare agli occhi degli elettori, tra grande piazzista e leader (quella persona – un insegnante, un allenatore, un sacerdote o un rabbino – che “può farci fare cose che nel profondo sappiamo essere giuste, ma che da soli non riusciamo a fare”).Scrive Wallace: “Tra un grande leader e un grande piazzista esiste una differenza. Ci sono anche delle somiglianze certo. Un grande piazzista di solito è carismatico e accattivante e spesso riesce a farci fare cose (comprare cose, approvare cose) che forse da soli non faremmo, e sentendoci nel giusto. Inoltre, molti piazzisti sono fondamentalmente persone rispettabili e sotto tanti aspetti ammirevoli. Ma un piazzista, anche un grandissimo piazzista, non è un leader. Questo perché per un piazzista il movente ultimo e predominante è l’interesse personale: se compriamo quello che lui vende, il piazzista ci guadagna. Perciò, anche il piazzista ha una personalità molto potente, carismatica e in grado di suscitare ammirazione, e magari convincerci che comprare è nel nostro interesse (cosa che può essere vera), tuttavia una piccola parte di noi sa sempre che in ultima sede ciò che il piazzista vuole è qualcosa per se stesso. E questa consapevolezza è dolorosa…anche se, certo, è un dolore piccolino, più simile a una fitta, spesso inconscia. Ma se si è soggetti ai grandi piazzisti e alle strategie di vendita e alle teorie del marketing per lunghi periodi – come quando da bambini si guardano i cartoni animati del sabato mattina, per esempio – è solo questione di tempo prima che in noi si radichi la convinzione profonda che tutto sia questione di vendite e di marketing, e che ogni volta che qualcuno dà l’impressione di interessarsi a noi o a qualche idea o causa nobile, quella persona sia un piazzista, a cui in fine dei conti di noi o delle cause non frega un accidente, ma che in realtà vuole qualcosa per se stesso”. C’è bisogno di aggiungere altro?
sabato 21 agosto 2010
lunedì 5 luglio 2010
cavaliere termico

METTI un laureato in filosofia con la fissa per Guy Debord e un contratto in scadenza con un settimanale di gossip che in cambio di una riconferma gli affida la missione impossibile di un supervip da cogliere in flagrante. In una Milano inaspettata dove si annidano maghe, fanatici esoterici, fantasmi, piccoli locali notturni, intrugli di psichedelia avanzata e monolocali in disordine, il nostro eroe, ovvero Gigi Lobo, deve scovare il principe Andreas Gotha-Gotha, eccentrico rampollo di una piccola ma potente dinastia, di giorno studente in Bocconi, di notte writer che dissemina di tag i muri della città. Nel suo primo romanzo, Il cavaliere termico (Sedizioni), Enzo D'Antonio, 46 anni, napoletano arrivato a Milano da bambino, ci ha messo molto della città dove è cresciuto e vive. Con il suo protagonista condivide la laurea in filosofia, un'idea precisa sulla società dello spettacolo e l'esperienza come redattore a "Novella 2000". Non nasconde di essersi ispirato a Pierre Casiraghi e Beatrice Borromeo per i personaggi del principe Andreas e della sua bella Tatiana, così come ammette che i colleghi di un tempo sono entrati in massa a colorire le descrizioni delle riunioni di redazione. A fare da grande madre, in questo breve romanzo molto arguto che incrocia gossip ed esoterismo nella loro identica funzione di culto del simulacro, c'è Milano. Una Milano imprevedibile, ambigua ma non certo moribonda. Perché le avventure di Gigi Lobo cominciano e finiscono proprio qui? «È il posto che conosco meglio al mondo. Ed essendo Gigi Lobo un lavoratore della comunicazione, non poteva che vivere e lavorare a Milano. Una storia di cinema l'avrei ambientata a Roma». Che città ha voluto raccontare? «L'ho presa dal punto di vista di un disadattato, uno che va più lento, esterno ai ritmi della produttività. La sua Milano è fuori squadra, si alimenta di fantasia, è subacquea, sotterranea. Ma non meno reale. Se penso a un aggettivo per definirla direi ambivalente». Per scovare il suo vip, Lobo ne segue le tracce sui muri, graffiti, tag, stencil. «E scopre una Milano diversa, che proietta desideri e ossessioni sui muri disegnando una specie di contromappa della città. Un codice simbolico che racconta un mondo diverso da quello ufficializzato dalla comunicazione». Anche per lei Milano è così? «In un certo senso sì. Quando stacchi la spina del lavoro, di Milano rimane una sensazione speciale, come legata una memoria stralunata, balorda e insonne. Una città divisa in due: di giorno lavora, di notte desidera altro. E non per forza lo sballo da cocaina. Il suo bello è che qui l'immaginario te lo devi costruire tu». E lei come se lo costruisce? «Girando il più possibile,a qualunque ora. Di questa città amo gli incontri: ne puoi fare eccome.E di gente con cose e storie da raccontare ce n'è parecchia». A Milano si può fare tardi dribblando i percorsi obbligati della movida? «Sempre meno, ma si può. Al Magnolia, alla Casa 139, alla bocciofila di via Padova, che resta una delle zone più belle, anzi è l'immagine del futuro di Milano, se questa amministrazione non facesse di tutto per trasformarla in un ghetto. Gli agenti immobiliari ti dicono che è meglio comprare a Lacchiarella, ma il futuroè lì.E poi in via Crespi c'è l'osteria di Atomo, e in viale Jenner c'è Pino, un ristorante italiano gestito da cinesi dove, per rapporto qualità prezzo, si mangia il pesce migliore di Milano. Consiglio anche il centro diurno del Giambellino, un pezzo di città incredibile dove si fa un vero lavoro sul territorio, con cene organizzate dalle diverse comunità del quartiere». Insomma, non una città morta. «Tutt'altro. Non sarà in gran forma, anzi diciamo pure che si presenta come una vecchia signora inacidita. Ma se la plasmi con la memoria e l'immaginazione scopri un fascino unico. Prenda piazza Libia, sembra De Chirico: metafisica, enorme, concentrica. Camminare da quelle parti è un'esperienza da fare» Che sapore ha Milano? «Più che un sapore, un odore: acqua stagnante». Il suo momento migliore? «In primavera, quando ti accorgi che anche qui ci sono gli uccelli che cantano».
sara chiappori - la repubblica
domenica 27 giugno 2010
sabato 26 giugno 2010
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mercoledì 16 giugno 2010
domenica 13 giugno 2010
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